Una scrittrice inutilmente dimenticata

14 Luglio 2007 Commenti chiusi

Ritrovare una scrittrice dimenticata

Prosegui la lettura…

Se una notte d’inverno… ti imbattessi in questo Calvino

11 Giugno 2007 6 commenti


“Se una notte d’inverno un viaggiatore”
di Italo Calvino
Mondadori, 1979

«È un romanzo sul piacere di leggere romanzi». Così Calvino commenta la creazione del suo metaromanzo, già preceduto da altri romanzi “a cornice” di grande successo, quali Le città invisibili e Il castello dei destini incrociati. Del tutto nuove, del resto, risultano le scelte così originali: anzitutto, pensiamo che l’autore dialoga direttamente col lettore, abbattendo quel muro di passività che per tanti anni ha abbandonato il lettore al suo ruolo di famelico curioso.
Accattivante e sottilmente ironica, quest’introduzione proietta nell’opera vera e propria, costituita da dieci capitoletti, ognuno occupato dall’incipit di un romanzo lasciato poi incompiuto – peraltro, nei punti di maggiore suspense -. Si aggiunga la scelta di affrontare generi diversissimi di romanzo, dal thriller, al poliziesco, punte di romanticismo per la centrale storia di Sherazad, in cui si noti l’omaggio, non solo qui, ma anche nella struttura, a Le mille e una notte. I titoli di questi dieci capitoli, in più, formano una frase di senso compiuto, se accostati.

Splendida prova di bravura e di grande intelligenza, è stato più volte sottolineato dai critici anti-calviniani la base ragionativa, troppo cerebrale, dell’opera.
Personalmente, trovo che sia un divertissement impregnato di un fascino ineludibile, che richiede forse al lettore quell’approccio senza pregiudizi che potrebbe risultare difficile ai più introversi.

Da leggere assolutamente!

Anathea

I primi riti di Misia Donati

6 Maggio 2007 6 commenti


“Primi riti del dolce sonno”
di Misia Donati

Zandegù editore, Torino 2006

pag. 135
? 9.00

Una storia di accettazione della diversità: ecco come Misia Donati presenta per bocca del giovane protagonista il problema della narcolessia. I tre personaggi, a uno stadio avanzato di quella che il mondo medico definisce “malattia”, decidono di ritirarsi dieci giorni in una villa abbandonata per affrontare un misterioso Programma che verrà rivelato solo alla fine del libro. Unici bagagli? Un minimo di vettovaglie, futon, e pillole, molte pillole, che cancellino dal sonno i terribili incubi che impediscono ai tre ragazzi di dormire serenamente. In più, da adolescenti che si rispettino, cd (i Placebo) e stereo per accompagnare questo viaggio nella scoperta del sonno.

Molto innovativa è la scelta di una tematica così poco toccata dalla letteratura contemporanea – ricordiamo con piacere Stefano Benni, ad esempio -, e anche per questo Misia Donati sceglie di corredare ogni giornata con un breve brano di neuropsicologia, tratto dal sito omonimo*, per oggettivare le difficili tappe che i personaggi stanno affrontando.

Nella struttura, è chiaro l’omaggio alla tradizione novellistica: anzitutto per la divisione in dieci giornate; in secondo luogo, per l’idea della villa isolata dove questi giovani si ritirano.
Lo stile, al contrario, si rifà alla letteratura contemporanea, con una sintassi esile, per non dire scarna, talvolta nominale. Molto utilizzati le parentesi e gli spazi bianchi, quali luoghi di riflessione per lasciare il lettore a pensare, solo.

Nell’insieme, senza attendersi uno stile particolarmente raffinato o variato, siamo davanti a una lettura da percorrere d’un fiato, lasciandosi coinvolgere.

Anathea

*www.neuropsicologia.it
Riferimenti: Trova il libro su Zandegù.it

Abate – Carlotto: Mi fido di te

29 Aprile 2007 2 commenti

Gigi Vianello è un trafficante all?ingrosso di roba alimentare sofisticata. Ha un passato da spacciatore nelle discoteche in Veneto, dal quale è scappato direzione Sardegna, dove apparentemente gestisce un ristorante di lusso e alta cucina.
Qui si sviluppa la sua storia noir, ben orchestrata dalla coppia Abate (uno degli scrittori italiani più interessanti della sua generazione) Carlotto, tra l?alta borghesia cagliaritana, legata bene o male ad ambienti malavitosi, e spalleggiati da una certa classe politica arrivista e arrampicatrice.
Il romanzo è molto ben congegnato, i riferimenti ai cibi adulterati inquietano non poco, i personaggi possiedono la lucida cattiveria dei romanzi di Carlotto. Inoltre la scelta di narrare la vicenda attraverso gli occhi del protagonista, raffinato truffatore ma anche pavido e codardo, dà alla storia una credibilità notevole.
I due autori sono alla seconda scrittura a quattro mani, e dai tempi di Fruttero e Lucentini non si ricordava una scrittura di coppia così fervida e felice. Si ha la sensazione che la verve del giovane Abate sia benefica nei confronti della cruda, a volte un po? troppo, scrittura di Carlotto, fornendo al lettore un?interessante versione del giallo ?geografico?.
Il finale non ve lo sveliamo, in fondo gli autori lasciano una possibilità di apertura al lettore e, forse, anche al protagonista di possibili future imprese delittuose.

Francesco Abate – Massimo Carlotto
Mi fido di te
Einaudi ? pagg.175 ? 14,00

F. Capra: Il Punto di Svolta

27 Aprile 2007 2 commenti


Fritjof Capra: “Il Punto di svolta”
Scienza, Cultura e Società emergente

Universale Economica Feltrinelli, Milano 2000 – ? 10.33

Il grande fisico Fritjof Capra (autore anche del noto: “Tao della Fisica”) prende in esame, in questo lucidissimo e tagliente saggio, i limiti e le lacune del sapere tradizionale dell’Occidente. A partire dagli sviluppi della nuova Fisica, della meccanica quantistica in particolare, egli traccia un preciso ritratto della crisi che attraversa il pensiero lineare e riduzionista nella nostra cultura. E’ proprio questa crisi, riferita all’ostinazione teorica su teorie obsolete, che l’Autore definisce “punto di svolta”. Il pensiero cartesiano e la scienza newtoniana, che hanno improntato tutto il convenzionale sapere tecnico ma anche umano e biologico, vengono lucidamente messi a nudo dall’Autore nei loro limiti intrinseci e soprattutto nella loro capacità di ridurre la complessità della vita a schemi inadeguati e manipolabili a scopi di potere. Il dominio di questo tipo di pensiero nella sfera medica, psicologica ed economica è alla base della creazione di tanti nodi problematici con cui oggi tutti combattiamo. Capra lancia uno stringente e acuto appello alle coscienze individuali, affinchè si attui una rivoluzione del punto di vista e si cerchi sempre più un approccio alla vita che derivi da una visione olistica e non frammentata della realtà umana. Da questo “punto di svolta” si potrà finalmente giungere ai cambiamenti necessari per le sorti del nostro pianeta.

I "vermi" di Giovanna Giolla

25 Aprile 2007 Commenti chiusi


?Vermi ? diario d?amore?
di Giovanna Giolla

TEA, Milano 2006

Collana: Neon!

Prezzo: 10.00 ?
Pagg. 184

?La mia è una generazione di esploratori che non vogliono risposte.
Ci muoviamo come un virus, ammalando e ammalandoci?
(pag. 170).
Così la protagonista, Monserrat, arriva a scrivere sul suo diario quasi al termine di un?avventura a tinte psichedeliche, ora in India, ora in flashback sul recente passato milanese che l?ha convinta a partire. E sulla sua ossessione, a Milano: Davide, conosciuto telefonicamente mentre la ventiquattrenne Monserrat lavora come telefonista per una linea hard.
Già da questi indizi si intuisce facilmente la strada tortuosa imboccata dall?autrice. Proprio per la vena erotica che percorre tutta l?opera, per la potenza autodistruttiva della protagonista che dichiara di non avere mai preso una decisione autonomamente, ma sempre coinvolta dalle circostanze, trovo che sia un libro che non lascia indifferenti, nel bene o nel male. Dico questo perché a tratti si ama e a tratti si odia: Monserrat parte per l?India con la speranza di una svolta ? come emerge da circa metà libro -, e contemporaneamente non fa che ricordare e riscoprire il valore di quella storia con Davide che in teoria avrebbe dovuto essere cauterizzata dal viaggio. Più si addentra nel territorio indiano, più i flashback si fanno intensi, crudi, di una violenza sentimentale che annienta e corrode anche le migliori intenzioni della ragazza.

Mi sento di precisare che siamo davanti a un libro disincantato, ma non disilluso: se non ci sono filtri che isolino la crudeltà e la crudezza di alcune immagini che rasentano la perversione o le tragedie della povertà indiana, senza dubbio permane un filo sottile di speranza che riaffiora spesso, genuino e inalterato.

Per quanto riguarda lo stile, l?autrice predilige una paratassi agile, contemporanea, a volte fin troppo secca, a volte impreziosita da belle metafore, specie nelle descrizioni dei paesaggi. Spesso ci sono pensieri che sembrano slegati gli uni dagli altri, ma questa caratteristica ben si cala nella scrittura diaristica, se pensiamo alle normali associazioni mentali che proviamo giornalmente.
L?unico consiglio per il lettore è quello di abbandonare i pregiudizi prima di accostarsi a una simile opera, e lasciarsi trasportare dal racconto di un periodo folle per Monserrat ? ma non vano, questo lo posso anticipare -, che contribuirà a una nuova consapevolezza di sé.

Anathea
Riferimenti: Il Blog di Giovanna Giolla

Riflettiamo sulla traduzione

21 Aprile 2007 2 commenti


“Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione”
di Umberto Eco

2003, Bompiani
Collana: Studi Bompiani

Pagine: 395
? 21.00

Porsi il problema della traduzione non è cosa da poco, specie in questi anni affollati da saggi e trattati sull’argomento. Ciò che Eco evita è proprio una proposta sterile di regole: la traduzione, infatti, non ha un “prontuario”, ma differisce da testo a testo. Per quanto questo concetto sembri quasi scontato, è invece interessante e facile osservare che per anni non è stato così.
L’opera di Eco si pone quindi più come una splendida discussione che viene portata avanti con la sottile vena ironica e l’acutezza critica che gli competono, senza annoiare. Inutile dire che non mancano i termini tecnici, ma sono richiesti, visto che si tratta sempre di una pubblicazione di linguistica e semiotica. Tuttavia, anche i concetti che potrebbero sembrare astrusi vengono sempre corredati da esempi che spesso fanno sorridere e, proprio per questa loro caratteristica, restano facilmente impressi. In più, lo stile accattivante snellisce la possibile pesantezza.
Per quest’insieme di note, non riterrei affatto il libro riservato a un pubblico di specialisti. Almeno, non solo: quest’opera può essere letta a diversi livelli, quel che basta è una sana curiosità intellettuale e linguistica, meglio se si mastica qualcuna delle lingue europee, dal momento che molti esempi sono dal francese, inglese, tedesco e spagnolo. Mi sento di aggiungere come motivo per la lettura, anche la serie di confessioni che Eco rilascia sulle proprie opere, in occasione delle tante traduzioni internazionali: oltre alla mera riflessione linguistica, troviamo molte chiavi di interpretazione dei testi, nonché l’intentio operis.

Nell’insieme, un libro che consiglierei a chiunque desideri accostarsi a una lettura impegnata, ma non tanto accademica da cancellare il gusto di un sorriso, tra una pagina e l’altra.

Anathea

L’ombra portata dal vento sulle pagine di Zafòn

18 Aprile 2007 20 commenti


“L’ombra del vento”
di Carlos Ruiz Zafon

2004, Milano, Oscar Mondadori

Traduzione di Lia Sezzi

pagg. 439
? 12.00

Il titolo ammaliante, scelto da Zafon (e mantenuto dalla traduttrice) per attirare il lettore alle sue pagine, rimanda al titolo del romanzo che il protagonista dovrà proteggere e curare per la vita intera. Si tratta di un thriller affidatogli dal padre, antiquario, in occasione del compleanno: da qui, si svilupperà la storia che coinvolgerà il protagonista, Daniel, e i personaggi minori, interessati a sciogliere gli enigmi nascosti dietro l’autore misterioso di questo fantomatico “L’ombra del vento”.
Se la trama è attraente, specie all’inizio, la lunghezza del libro è forse eccessiva per il dipanarsi della storia. Per non parlare del numero esorbitante di personaggi che dilatano, di pagina in pagina, il bagaglio narrativo precedente. In più, il narratore si sente sempre in dovere di fornire di lunghe e terribilmente lineari, nonché esaustive descrizioni ogni singolo personaggio, rallentandone l’ingresso e l’azione.
Molto realistici e divertenti i dialoghi, improntati a un bello stile colloquiale che connota ora questo ora quel parlante.
Invece, lo stile “si ammazza” dopo le prime pagine, per tornare degno di nota solo qua e là, distrattamente, come se l’autore fosse stato troppo impegnato a tenere a bada l’orda di personaggi.
Nell’insieme, lo consiglio a chi vuole un romanzo diverso, ma senza pretese.

Anathea

Riferimenti: Un altro parere: la parola a Ste

Pasqua!

7 Aprile 2007 1 commento


A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

(Guido Gozzano)

TANTI FESTOSI AUGURI CHE, COME AL SOLITO, NON POTEVANO NON ESSERE LETTERARI!
Lo staff di CriticaLetteraria

Un lessico a misura di famiglia

25 Marzo 2007 5 commenti


“Lessico famigliare”
di Natalia Ginzburg

Einaudi, Torino 1999
pagg. 240 ? 9,20

1^ edizione: 1963

Se davvero Natalia avesse seguito il suo primo progetto, mai avremmo letto questo romanzo di assoluta qualità e piacevolezza. All’inizio, infatti, doveva essere una semplice raccolta di ricordi famigliari, fermati sulla carta come aneddoti da rileggere, un giorno. Questo spiega l’assenza di una trama unitaria, spezzata in flashback e mille episodi che vengono ripercorsi con una scrittura assolutamente innovativa per il 1963, data di pubblicazione del romanzo che ha meritato nello stesso anno il Premio Strega.

Innovativa anche la posizione dell’autrice Natalia, personaggio marginale e narratrice “dal basso”, in quanto la sua prospettiva non è mai di protagonista e le storie non vengono vissute da lei in primis. Piuttosto, la Ginzburg sceglie la strada dell’autolimitazione dell’io per presentare anche vicende drammatiche come la guerra, l’uccisione del marito Leone, la persecuzione che colpisce anche la famiglia ebrea dell’autrice.
La Grande storia è filtrata con grande sobrietà, vissuta da una piccola famiglia che, come tante, trova nel lessico comune, pieno di invenzioni e qualche piccola infrazione dialettale, il terreno di scambio.

Il risultato è un best-seller che è stato letto a più livelli di comprensione, da un messaggio letterale, facilitato da un linguaggio medio e da una sintassi semplice, al profondo sperimentalismo che la Ginzburg attua senza seguire alcuna linea contemporanea.
Senza dubbio, consigliato, anche per la vena ironica che non si lascia svilire dalla storia.

Anathea